Tuesday, 05 November 2013 22:58

Misurare la felicità oltre il PIL: prospettive per un miglioramento europeo Featured

Written by 

Il PIL è il più completo indice riassuntivo fino ad oggi ideato, in grado di diffondere delle informazioni generali riguardo al Paese a cui si riferisce e, allo stesso tempo, è un buon modo per effettuare delle indagini comparative tra gli Stati. Il compito del PIL è altresì rilevare il benessere di un Paese, ma quale tipologia di benessere, nello specifico, viene rappresentato?

Lo stato dell’economia è veramente in grado di sintetizzare il benessere della popolazione? Alla sua introduzione fu entusiasticamente accolto da economisti e statisti, per poi diventare un punto di riferimento universale per tutte le economie mondiali. Oggi si è alla ricerca di indici che siano comprensivi delle caratteristiche proprie delle società moderne che il PIL, così come attualmente in uso, non prende in considerazione, soprattutto per quel che concerne la voce “benessere” di un popolo.

Uno dei primi grandi sforzi per rinnovare il PIL e per progettare l’elaborazione di un possibile indice ad esso affiancabile è stato richiesto, nel 2008, dal Presidente della Repubblica francese N. Sarkozy. Quest’ultimo chiese a studiosi competenti in ambiti differenti di formare una commissione in grado di identificare i limiti del PIL inteso come indicatore di performance economica e sociale, e di riflettere su quali altre caratteristiche sia necessario considerare per la formazione di un più esaustivo indice, tenendo conto degli altri tentativi fino a quel momento effettuati. A capo della commissione venne nominato J. Stiglitz che, affiancato nella formazione del gruppo da A. Sen in qualità di Advisor e J.P. Fitoussi in qualità di coordinatore, creò quella che ufficialmente fu chiamata “ Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress” (CMEPSP).

 

La Commissione Stiglitz ha espresso chiaramente la necessità di andare oltre il PIL nella misurazione del benessere di una Nazione. Vi è bisogno di un indice di riferimento che sia sensibile a più aspetti delle società odierne e che riesca a sintetizzare in maniera coerente i molteplici dati che pervengono dalla complessa forma della realtà contemporanea. Il benessere è multidimensionale ed include più aspetti della vita moderna, come la salute, l’educazione, la governance e la political voice, la rete sociale e le relazioni che in essa si instaurano, l’ambiente, il livello di sicurezza di una città o di una regione. È evidente, da questo breve elenco, che si tratta di aspetti della vita umana che vanno oltre i dati economici e che quindi non possono essere rilevati dal PIL. Esse sono, tuttavia, caratteristiche determinanti per il benessere del popolo di un Paese e come tali devono essere tenute in conto.  

In uno dei suoi punti, il rapporto Stiglitz analizza e sottolinea il ruolo chiave di un buon sistema informativo nella società civile. L’informazione è definita un bene pubblico ed è evidente che un elevato grado di informazione della società civile implichi un approfondimento della qualità della vita. Dei cittadini bene informati sono il perno di un sistema democratico che funziona in modo corretto. Una società civile ben informata sa cosa domandare ai propri rappresentanti, ed implementare così il funzionamento delle istituzioni democratiche. Le stesse istituzioni sarebbero in grado di svolgere bene il proprio lavoro e di rispondere efficacemente alla popolazione che essi rappresentano. Un buon livello di informazione è quindi sintomo di un alto grado di democrazia all’interno della società civile. L’inclusione ed il coinvolgimento della società civile è determinante per la politica e per lo sviluppo delle policies regionali e nazionali. Per perseguire questo obiettivo occorre, in primo luogo, che esista un sistema d’informazione rapido, trasparente e democratico, affinché i cittadini avvertano di essere coinvolti nelle decisioni politiche e si sentano parte integrante del sistema istituzionale a cui appartengono e che compongono.

La possibilità di coinvolgere attivamente la popolazione è da tenere in attenta considerazione per quanto riguarda l’Unione Europea, che oggi soffre la mancanza di un contatto diretto con i suoi cittadini. Maggiori informazioni sulle politiche europee, per esempio su quanto succede nei vertici tra i capi di Stato, ma anche delle cronache affidabili sui fatti e sulla cultura dei singoli Paesi, permetterebbero alla comunità cittadina dell’Unione Europea di fare dei passi avanti nell’idea di condivisione di un destino comune e l’idea di una coscienza collettiva, elementi pressoché assenti oggi.

A partire dall’iniziativa dell’ex-Presidente della Repubblica francese, l’Eurostat si è impegnato nell’approfondimento dell’osservazione di articolati indicatori eterogenei per perseguire il miglioramento dell’informazione disponibile, allo scopo di creare un indicatore sostituibile al PIL. A questo fine sono stati creati dei dashboards, alcuni di essi molto complessi e generici, mentre altri sono più specifici, che includono perfino la percentuale di fumatori nella popolazione. Il problema generico di questi indicatori è la loro scarsa efficacia comunicativa, sono cioè incapaci di trasmettere in maniera efficace notizie sui Paesi e non consentono una comparazione semplice nel tempo tra questi. Il PIL, quindi, rimane ancora ad oggi l’indice più immediato, sintetico e “completo”. È necessario tuttavia proseguire nello sforzo di ricercare un riferimento più esaustivo, un indicatore che sappia sintetizzare i numerosi e rilevanti aspetti delle società attuali.

Il dovere dell’Unione Europea è quello di rispettare i propri cittadini e le loro necessità. La sfida che le istituzioni europee devono essere in grado di accettare e vincere sta nel superare la crisi di valori e la sfiducia nelle strutture politiche regionali di quest’organizzazione, nei confronti della quale oggi pochi cittadini dei Paesi membri si dichiarano entusiasti. Il punto di partenza può essere quello di rielaborare i dati che provengono dalle Nazioni europee e fissare obiettivi differenti rispetto a quelli tenuti in considerazione fino ad oggi. Un esempio: il rapporto debito/PIL al 3% è un obiettivo economicamente equo e funzionale per uno sviluppo omogeneo e simultaneo di tutti i Paesi dell’Unione, eppure fino ad oggi non ha sicuramente risolto il problema della crisi economica. Anzi, le politiche adottate dall’UE in seguito al primo periodo di crisi, hanno contribuito a creare disaffezione a livello popolare nei confronti dell’organizzazione e hanno alimentato un generico e profondo senso di sfiducia nei Paesi membri, in cui il grado di euroscetticismo continua ad aumentare. Allo scopo di dare nuovo slancio all’Unione Europea è necessaria un’innovazione. Il punto di partenza di questa potrebbe senza dubbio essere un ripensamento ed una modifica dei valori che guidano oggi le politiche europee, in modo da tener presenti, prima dei numeri, le persone.

Emanuela Vulpetti