Monday, 11 November 2013 22:26

Innovare per crescere in Europa di Dominick Salvatore e V. De Luca

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La crisi nella zona euro è dovuta principalmente all'insostenibile debito sovrano e alla bassa competitività dei GIPSI (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia). Il debito sovrano nello scorso anno ha superato il Pil in tutti i GIPSI eccetto la Spagna, mentre il deficit fiscale in relazione al Pil ha sorpassato la media dell'Eurozona (più del doppio in Irlanda e Grecia) in tutti quei paesi eccetto l'Italia, dove e' stato leggermente inferiore alla media. L'incremento del costo unitario del lavoro rispetto a quello della Germania (e quindi la perdita di competitività dei GIPSI) nell'ultimo decennio e stato del 30-40%.

Le politiche mirate al risanamento del debito pubblico e del deficit fiscale nell'attuale situazione hanno spinto i paesi in crisi in una nuova recessione dalla quale e' ancora più difficile uscire.


La disciplina fiscale e' importante e necessaria ma non in una situazione di recessione. I recenti prestiti di €1 trilione della Bce alle banche ha curato temporaneamente solo i sintomi, ma non le cause fondamentali della crisi dell'Eurozona, essendo stati utilizzati quasi esclusivamente per l'acquisizione di titoli di stato e non con prestiti alle imprese per stimolarne la crescita.
La crisi dell'Eurozona era inevitabile e non sarà risolta senza l'unificazione fiscale, che a sua volta richiede l'unificazione politica. Infatti, i GIPSI non possono decidere una politica monetaria espansiva, né una politica fiscale di espansione, né tantomeno possono utilizzare la svalutazione della propria moneta per incentivare le esportazioni e la crescita.

Possono solo ristrutturare le proprie economie riducendone i costi. Ma questo richiede anni per ottenere i benefici, mentre i costi sono immediati. Ciò comporta grandi sacrifici da parte dei cittadini dei paesi in crisi e mette a rischio la stabilità e il futuro di tutta l'Eurozona.
Ciò determina una crisi di fiducia in noi stessi e lo smarrimento dei valori comuni che rischiano di indebolire la speranza e il credo nelle capacità delle nazioni e dei popoli europei di risollevarsi e ripartire con coraggio, sollevando innazitutto la questione della "stabilità dell'uomo" e dell'Occidente come punto di riferimento etico e culturale. Bisogna invertire questa tendenza, impegnandosi con determinazione per introdurre riforme strutturali che riportino al centro dell'azione dei governi europei l'investimento in conoscenza, il merito, la valorizzazione del capitale umano e dei beni relazionali, capaci di generare anche importanti "esternalità positive", come la trasmissione intergenerazionale di valori, il senso civico ed etico, il rispetto delle regole e la coesione sociale. Su questi pilastri si fondano la credibilità delle istituzioni europee e di qualsiasi politica nazionale che, dopo il rigore e l'austerità, intendano rilanciare seriamente l'occupazione e la crescita nella vecchia e stanca Europa, restituendo soprattutto speranza e futuro ai giovani.
I paesi dell' Europa hanno bisogno di uno start up, che non potrà prescindere da una forte innovazione sociale e da un' investimento di risorse umane, morali ed economiche nei diversi settori produttivi, della cultura e della formazione.

Le nazioni forti del Nord Europa, ed in particolar modo la Germania, dovrebbero allora stimolare le proprie economie ed accettare un tasso di inflazione leggermente superiore al quello attuale per permettere alle nazioni in crisi di recuperare competitività internazionale e favorire la loro ripresa. Le politiche di aggiustamento dovrebbero essere più simmetriche e non gravare esclusivamente sui i paesi più deboli. Dopotutto, i prestiti eccessivi ai paesi in crisi sono stati incoraggiati ed effettuati proprio da banche tedesche e francesi. Per di più una componente significativa della crescita della Germania e' dovuta anche ai benefici ottenuti da un euro più debole rispetto al marco, se non ci fosse stata la moneta unica.

Analizzando la situazione italiana, bisogna sottolineare il fatto che il Governo Monti sta proponendo le riforme strutturali necessarie per migliorare la competitività e tornare alla crescita fra un anno o due. Riforme che alcuni di noi suggerivano già da tempo quando la situazione Italiana le rendeva di più facile attuazione. E' ironico che molti uomini politici ed economisti che in passato hanno ignorato la necessità di riforme strutturali, nella drammatica situazione odierna, si fanno promotori di quelle politiche.
C'è quindi bisogno di più Europa, di più cultura e di più innovazione per rilanciare la crescita e la competitività a livello mondiale.
Investire nel bene comune delle nuove generazioni e nella cultura come driver per lo sviluppo significa,infatti, incentivare la libera iniziativa privata e collettiva, la partecipazione civica, la volontà di sperimentare, di innovare, di competere e di rischiare che animano la fucina di quegli "uomini nuovi", di cui tanto parlava Schumpeter, identificandoli con gli imprenditori che innovano prodotti e processi, grazie alla loro azione di distruzione creatrice.

Le imprese italiane sono capaci di vincere la sfida competitiva puntando sui mercati emergenti in forte crescita, con innovazioni di prodotti e processi, e approfondendo e espandendo le loro core competencies attraverso outsourcing e offshoring, entrando a far parte di global supply chains, e con crescita dimensionale. Tutto ciò sarebbe possibile se le l'onere della ristrutturazione dell'economia Italiana non ricadesse esclusivamente sul mondo delle imprese mettendole in una posizione di svantaggio rispetto a quelle degli altri paesi.
Innovare per rilanciare la crescita e il lavoro a partire dai giovani sembra essere una delle priorità nell'agenda del nostro governo. Non solo i diversi fronti aperti dall'agenda digitale italiana e la possibilità, per chi ha meno di 35 anni, di costituire una società semplificata a responsabilità limitata (Ssrl). Di particolare interesse si presenta la task force sulle start up innovative, nei settori biotech, energia, ambiente, industria culturale, composta da esperti, operatori, imprenditori e accademici, chiamati a formulare proposte organiche nell'ambito della semplificazione amministrativa e degli incentivi fiscali, a sostegno anche dell'internazionalizzazione delle imprese.

Ma la vera sfida degli "uomini nuovi" sarà quella di saper combinare flessibilità, innovazione e dinamismo con le ragioni dell'equità, della sostenibilità ambientale e della coesione sociale, salvaguardando la solidarietà tra generazioni, il rispetto della persona umana e la tutela dei diritti sociali, che caratterizzano quel patrimonio di valori e di beni comuni "made in Europe" che non ci stancheremo di esportare nel mondo. Di qui la necessità di lanciare la sfida culturale di un nuovo umanesimo europeo al servizio del bene comune, delle nuove generazioni e della solidarietà tra gli Stati dell'Unione.

Dominick Salvatore                            Valerio De Luca
Fordham University                         Presidente di AISES

Last modified on Tuesday, 26 August 2014 09:29